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MASCHINENFEST'06 by RITUAL MAGAZINE ITALY

Piu efficace di una beauty farm spirituale, piu benefico di un ritiro meditativo zen. L’ottavo pellegrinaggio nella mecca dell’industrial music (il Kulturfabrik situato a Krefeld, nel territorio della Ruhr) rappresenta la beatitudine dei grovigli sinaptici, il nirvana dei circuiti neuronali. Un’imperdibile selezione della cosiddetta “musica industriale” e di tutte le sue possibili varianti all’interno di uno spettro di “deviazione” mentale mutevole, il week end/seminario dell’industrial jet set per apprendere le novita, per ricevere il brivido e il privilegio di assaporare deliziose anteprime. E un piacere constatare come il prestigio del festival aumenti di anno in anno. Lo conferma la crescente schiera di androidi accorsi da ogni parte del globo e l’italian crew sempre piu numerosa (e simpatica). Lo provano i litri di alcol versati ovunque (sul palco da ballerini imprudenti e nelle vene di mutanti euforici), il main floor gremito durante il live set di P.A.L. e la zona merchandising praticamente inaccessibile durante il devastante after party finale. Da un punto di vista “pratico”, il MF e la rovina finanziaria per molti partecipanti che colti dalla sindrome (giustificata e comprensibile) del "voglio tutto e subito", si lasciano intrappolare nella fiera delle prelibatezze traboccante di cd, vinili, t-shirt, bags, pins, magazine… mercanzie eccezionali offerte dalle illustri mani di mercanti d’eccezione. Anche la sfera psicofisica viene coinvolta, inevitabilmente inghiottita dagli eventi. E il bioritmo diventa letteralmente noisy, quando per tre dense faticose giornate il sole tramonta alle quattro di pomeriggio, sostituito dalle luci strobo che riscaldano l’anima, il cervello e le orecchie. Il MF e tutto questo e ancora di piu. E l’esaltazione della fratellanza universale industriale. Il concetto di "amicizia" viene esteso e assimilato a quello di una nuova comunita “cyber hippie”, legata da un filo invisibile (ma udibile) e senza limitazioni spaziali, dove e facilissimo incontrare nuovi amici, salutare volti familiari (di cui non si conosce ne il nome ne la provenienza) con il complice sorriso di chi riesce a parlare anche senza parole, dicendo fieramente “ci siamo anche quest’anno”. Lo stesso orgoglioso pensiero che sfiora le menti annebbiate degli “industrialabbestia” che in ogni edizione si accampano folkloristicamente nel parcheggio del Kufa con tanto di minivan/bar sempre aperto, radiolina scassata che emette frequenze ammaccate e beat distorti (probabilmente enfatizzati dagli speaker logori), e che danno vita a grill party infiniti prima, dopo e anche durante i concerti. In questi momenti di ricongiungimento con l’essenza del sublime “benessere”, si assiste a episodi di vita ordinaria di personaggi straordinari, bizzarre personalita spesso idealizzate e innalzate allo status divino nell’olimpo dell’elettronica (e con tutti i meriti), che mostrano serenamente la propria autenticita. Con livelli variabili di consapevolezza… Ricevo il primo (casuale) benvenuto da Nicolas Empusae/This Morn’Omina, una personcina umile e gentile, un bambino perso nel mondo dei balocchi, incuriosito dalle tante attrazioni eppure cosi rilassato, come se osservasse da una pacifica e ottimista prospettiva filosofica. Christian P.A.L. si allontana sempre di piu dalla dimensione terrestre, vive ormai in un universo lontano e fantastico (molti presumono alimentato da bacco e tabacco), prossimo alla cecita (dovuta forse a tale interiore distacco emotivo?), e visibilmente infastidito come un animaletto indifeso anche dal fumo del ghiaccio secco. E poi c’e la limpida pelata di Andi Asche, che sottomesso all’abile prova di un “fumoso giro della morte” con altri spavaldi compari, finge di dimenticare la dolce meta (Morgenstern), e senza indugi propone inviti galanti a colmare le fatiche del post concerto. Allo stesso modo, Mika This Morn’Omina, accontentandosi del nettare crucco, si lascia andare incontrollabilmente al ritmo sfrenato techno/hardhouse dell’after party. Piu diplomatico Gwenn Flint Glass. Nel suo inglese svogliatissimo, offuscato dai decibel e dalla stanchezza, non vede l’ora di divincolarsi dall’incomprensibile conversazione e si defila con savoir-faire (scusandosi gentilmente, in un secondo momento di lucidita). Il MF e anche lo spazio per fare il "punto della situazione" e raccogliere feedback. Ricevere complimenti dagli "artefici", da coloro che lavorano assiduamente ad alimentare viaggi incredibili nei meandri dell’elettronica hi tech del secolo sperimentale, fa un certo effetto. Come quando Udo HANDS e signora, Stefan Alt in persona e Nicholas Ad Noiseam rivelano il proprio sincero entusiasmo per le attenzioni che :R: rivolge alla "scena".
Il calore emanato dai corpi in movimento, piu o meno accelerato, e una sensazione piacevole, non solo perche dissimula il freddo con il suo sudato tepore, ma perche rappresenta il risultato fisico del "rito", della trance collettiva, come se una forza interiore riuscisse per la prima volta a manifestare la propria incontenibile energia. Mathis Mootz e un bizzarro puzzle surrealista vivente. Abbigliamento di Mathis: scarpe stringate argentate modello dandy, panciotto da signorotto di campagna troppo stretto che evidenzia una promettente pancetta, spilletta totalmente fuori contesto raffigurante croce rovesciata applicata sul cuore, stola di volpe imbalsamata appollaiata sulla spalla destra, occhiali schermati di ultima generazione con visiera a scatto (per proteggere lo sguardo folle), sulle unghie smalto nero che implora una manicure, bande rosse intorno alle dita, orologio superaccessoriato con funzione di contatore anni luce, haircut da collegiale viziato. Last but not least, un sorriso smagliante e brillante a 24 carati emanato da una dentatura assurdamente dorata, probabilmente non troppo adatta all’igiene orale (questi oggetti estranei sicuramente alterano la salivazione e richiedono un costante e imbarazzante movimento delle labbra). Musica di Squaremeter: un meraviglioso viaggio ultraterreno nello spazio siderale. Profondo ed enigmatico. Piu disinvolto nel suo baseball cap, Nullvektor ha l’aria del teppistello dall’aspetto inquietante con i suoi lineamenti spettrali; ruvido e pulsante il suo rhythmic noise, che conferma (senza prendere ulteriori iniziative) le premesse dell’esordio. Ad Asche basta poco per essere cool: petto nudo, una gonna nera fasciante in tessuto tecnico con ampia apertura obliqua e anfibi. Il suo e uno show fisico, prepotente, dove il noise ritmico si espande fiero e senza pieta. L’eleganza impetosa. Durante il live set di Camanecroszcope, mentre Herman sfoggia il suo temperamento patriarcale di veterano sperimentatore, e divertente percepire nell’espressione di Yann (abituato alla devastazione breaknoise di Iszoloscope) qualcosa di comico. Il suo sguardo accigliato e cosi teatrale e impostato, come quando si cerca una compostezza innaturale dopo un attacco di riso incontrollato. Freme nell’attesa di un’evoluzione. E la trova nell’esplosione del ritmo tribal industriale che graudalmente sale dalle spire ambient profondissime del duo. Hermann si scioglie in un movimento irrequieto e finalmente Yann puo sorridere e saltare. E l’audience li segue con molto piacere. Udo Wiessmann e una persona estremamente gentile e cordiale. Una di quelle presenze rassicuranti che ispirano fiducia. Chi direbbe che quelle guanciotte paffutelle appartengono a Winterkalte, uno dei leader/pionieri dell’industrial music. Ebbene si. Il boss in scena, con la sua inseparabile polo nera e il suo fido Eric sommerso nei drum pad elettronici, e una garanzia, una macchina dal beat ritmico industriale puro e questa volta incontaminato, senza ricorrere ai pad soganti. Il fuori programma e stato offerto da Militia, un collettivo belga di percussionisti alle prese con strumenti fatti in casa, o meglio, riciclati. Gong, bidoni, tubi, ruote dentate di ogni dimensione, pezzi di lavatrice, timpani e anche un termosifone, vengono presi a coreografici colpi di bastone. Gli stessi amichevolmente lanciati verso il pubblico in segno di gratitudine, senza risparmiare la testa di qualche distratto (si e scoperto in seguito che la vittima appartenesse al gruppo italiano). Una notevole sorpresa, confermata dall’assalto post concerto al piccolo banco merchandising. La sensualita femminile si concretizza nelle forme (arrotondate) di Genevieve Pasquier. La madame bavarese con haircut geometrico e dolcevita sleveless morbidamente trasparente, si atteggia in pose plastiche vanitose e compiaciute e manovra un theremin. Ma il set sfugge nei reticoli della noia. Alle delicatezze vellutate si oppone Natasha (accompagnata da Alexey alle macchine), l’antieroina bielorussa. Ovvero la rappresentazione della rabbia, l’urlo della follia, il furore dell’electro break industriale di Suicide Inside, l’alter ego impercettibilmente attenuato del main project Ambassador21, a cui Mimetic ha regalato le gradite e inaspettate percussioni in apertura. E dopo il lancio di bastoni, il pubblico riceve il nuziale lancio di bouquet dalle mani di una indemoniata. Al MF hanno il senso della misura. Hello Kitty che svetta sulla consolle di Mika fa da sfondo ed elemento oppositivo al totem che vigila dal centro del palco. Una terrificante maschera con occhi e bocca infuocati e un’innocuo tenero bambolotto. Il Bene e il Male. Gli opposti che tanto interessano Mika si materializzano? Forse. Tuttavia ogni filosofica speculazione si rivela effimera. Cio che conta e il ritmo, e This Morn’Omina e il supremo officiante di una impeccabile performance, a cui si aggiunge a sorpresa il duetto con Asche. Gran finale con il remix del remix del remix dell’ormai storica ’One Eyed Man’. Costantemente impegnato in una battaglia intensa a colpi di rock elettrico, Snog e il cantastorie politicamente "corretto" dell’inno antiamericano. E per l’occasione porta con se proprio l’infame bandiera di cui si beffa allegramente, sostituendo alle stelle le icone delle multinazionali. Non solo. Il chitarrista mostra simbolicamente un uso inedito dell’ignobile drappo: quello di carta igienica. Ed e un’ovazione. Curiosamente Antigen Shift e Cdatakill dividono lo stesso laptop. Se il primo smorza le aspettative con uno show dove il break industriale appare sottotono nonostante il piglio technoide, il secondo si adopera in una performance in crescendo. Con la maglietta dei Misfits, un aspetto "straight edge" e un segreto sorriso di soddisfazione, Zak Roberts arriva dal Colorado e scopre le meravigliose frequenze di un breakbeat dal mood delziosamente sinistro, in grado di trasformarsi nei brividi di una ballata sinfonica. Shorai non ha problemi di look. Passano gli anni e gli eventi, ma lui indossa sempre e comunque la sua adorata maglietta. Forse un feticcio dalle doti soprannaturali, dal momento che la performance si sveglia all’improvviso da una pigra e immobile siesta (nonostante il ritmo spezzato) e si avvia verso una direzione piu concreta e pulsante. Institution D.O.L. suscita sentimenti contrastanti. Piangere o ridere? Forse e meglio optare per un rigoroso silenzio, osservare, e ascoltare il suo dark ambient. Lo sguardo di questo signore con gli occhiali magicamente incollati sulla punta del naso aquilino suggerisce un equilibrio mentale sospetto. Teoria consolidata dalla tragedia inscenata tra il pubblico, incuriosito e atterrito, che si risolve in una rappresentazione del dolore e in un abbraccio consolatorio durante un simulato attacco di pianto. Lo zenit sensoriale viene raggiunto con la performance di Xabec, che riceve il premio della critica da una giuria unanimamente concorde. Attonita e rapita. Manuel Richter e un artigiano, un architetto del suono e il suo live set e un’opera d’arte d’avanguardia. Il design elegante della scenografia, due parallelepipedi che emanano un diafano e morbido bagliore biancastro, creano un’atmosfera surreale e raccologono i dispositivi dell’estasi acustica, strumenti autocostruiti, congegni che reinterpretati e manipolati in modo non convenzionale, rivelano un’inedita funzionalita. L’accostamento di piccoli pietre cubiche posizionate su una lastra, l’archetto che scivola su una spirale di metallo, insieme con il labirinto di cavi dell’amato sintetizzatore analogico modulare Doepfer, generano strutture sonore vibranti, micronoise, slide granitici, click, ritmi e boati profondi. Intensa poesia elettronica. Nella categoria "rumore" il piu alto riconoscimento viene consegnato a Mono No Aware. In una t-shirt lacerata in modo irrecuperabile, i cui squarci la rendono un ornamento che riesce appena a mantenere addosso, Leif e la fonte del chaos primordiale, il trionfo del noise industriale allo stato di grazia, il generoso dispensatore di decibel distorti e inarrestabili a una massa ondeggiante in delirio.
Bong-Ra e il rasta breakman into the core. Impietoso, scandisce un tempo spezzato senza tregua, celebrando la furia del digital hardcore con furenti inserti chitarristici. Indomabile e distruttivo.
Nella sua tuta da lavoro preferita, Mimetic si riconferma l’esteta dell’elettronica sensuale, questa volta rivestita da una patina piu aspra, arricchita di beat techno taglienti. La chiusura e affidata a Needle Sharing, il bonzo spavaldo, l’ardimentoso capostipite del movimento dnb break industriale. Non c’e niente che non sia gia stato visto/sentito, ma Roland e un professionista, e la sua classe intrattiene e diverte.

By Elda Di Matteo for Ritual Magazine Italy, 2006

 
       
     
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